Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha presentato alle Regioni la bozza del decreto-legge che punta a ridisegnare l’assistenza primaria in Italia. Al centro del provvedimento c’è la volontà di rendere pienamente operative le Case della Comunità, trasformandole nel fulcro di una rete territoriale organizzata, multidisciplinare e capace di superare il modello tradizionale dello studio medico isolato. La riforma introduce un sistema a “doppio binario”: da un lato la convenzione, che resterà il canale ordinario ma sarà profondamente rinnovata; dall’altro la dipendenza selettiva e volontaria, che consentirà ai medici di medicina generale di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale, soprattutto per coprire ruoli strutturati nelle Case della Comunità e nelle aree dove è richiesta una maggiore organizzazione del lavoro.

Cosa cambia per i medici di famiglia

Il decreto sposta il baricentro dalla relazione individuale medico-paziente a una presa in carico territoriale integrata. I medici saranno chiamati a svolgere una parte significativa della loro attività all’interno delle Case della Comunità, dove lavoreranno stabilmente insieme a infermieri, specialisti, psicologi e assistenti sociali. La digitalizzazione diventerà un elemento imprescindibile: sistemi informativi interoperabili, telemedicina e strumenti di monitoraggio entreranno nella routine quotidiana, così come la partecipazione a verifiche periodiche delle performance. Anche la remunerazione cambierà, con un progressivo superamento del modello basato sul numero di assistiti e un maggiore peso attribuito agli obiettivi di salute, alla gestione della cronicità e al contributo alla rete territoriale.

La protesta dei medici: “Riforma inattuabile e dannosa”

La reazione dei sindacati, in particolare della Fimmg, è stata immediata e durissima. Il sindacato parla di “colpo mortale alla categoria”, denunciando che l’obbligo di specializzazione per accedere alla dipendenza rischia di escludere molti medici oggi in attività. La Fimmg teme inoltre che i giovani possano abbandonare la medicina generale per iscriversi ad altre scuole di specializzazione, aggravando una carenza già stimata in oltre 5.700 professionisti. Secondo i rappresentanti della categoria, l’indebolimento della medicina territoriale potrebbe tradursi in un ulteriore sovraffollamento dei Pronto soccorso e in una gestione più difficile della cronicità. Anche la FNOMCeO esprime forti perplessità, mentre il Governo difende il provvedimento come un’occasione storica per modernizzare la sanità italiana.

Cosa cambia per i cittadini, il nuovo rapporto con il medico di famiglia

La riforma non riguarda solo l’organizzazione interna del Servizio sanitario nazionale: cambierà anche il modo in cui i cittadini accederanno ai servizi e si relazioneranno con il proprio medico. La Casa della Comunità diventerà il nuovo punto di riferimento per visite programmate, controlli periodici, gestione della cronicità e accesso a figure professionali diverse. Il cittadino non si rivolgerà più soltanto allo studio privato del medico, ma troverà in un’unica struttura un insieme di competenze integrate, con percorsi di cura più coordinati e meno frammentati.

La digitalizzazione avrà un ruolo centrale.

Ricette, certificati e comunicazioni viaggeranno sempre più online; i controlli potranno essere effettuati anche a distanza; il fascicolo sanitario sarà aggiornato in tempo reale; e i pazienti cronici potranno essere monitorati da remoto. Questo significa meno spostamenti, più continuità assistenziale e una maggiore capacità di prevenire complicanze.Il rapporto con il medico diventerà più organizzato e meno “artigianale”. Il professionista potrebbe essere più presente nelle strutture territoriali, ma meno legato al modello del medico sempre disponibile nel suo studio. Per i cittadini questo si tradurrà in un accesso più strutturato ai servizi, con orari più definiti e una maggiore presenza di altri professionisti sanitari. Se il medico sceglierà la dipendenza, lavorerà principalmente nella Casa della Comunità, mentre se resterà convenzionato manterrà un’organizzazione simile a quella attuale, pur con maggiori obblighi di presenza e integrazione nella rete territoriale.

Tempi stretti per rispettare il PNRR

Il Governo punta a un’accelerazione per rispettare le scadenze del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che prevede la piena operatività di oltre 1.700 Case della Comunità entro il 30 giugno 2026. Il decreto dovrebbe approdare in Consiglio dei Ministri entro maggio 2026, seguito dalla definizione delle priorità operative e delle stime economiche nei successivi 30-90 giorni. Entro 180 giorni dall’approvazione dovrebbero partire le prime applicazioni del nuovo modello, accompagnate da un monitoraggio dei risultati. Un percorso serrato, che il ministro Schillaci considera necessario per cambiare davvero la sanità italiana, mentre i sindacati chiedono un intervento della Presidenza del Consiglio per fermare quella che definiscono una riforma “al buio”.

Di Juri Cerasini

Nato a Spoleto nel lontano 1975, negli anni ho sviluppato una formazione e una conoscenza sui diritti delle persone con disabilità e sulle politiche per l'inclusione sociale