Quando un biglietto diventa un percorso a ostacoli
Acquistare un biglietto per un concerto, una partita o uno spettacolo dovrebbe essere un gesto semplice. Un click, una scelta, un pagamento. Per la maggior parte delle persone è così. Per chi ha una disabilità motoria, invece, quel gesto immediato si trasforma in un percorso a ostacoli: telefonate, attese, risposte che non arrivano, posti che nel frattempo spariscono. È un’esperienza quotidiana, ripetuta, quasi normalizzata, e proprio per questo ancora più ingiusta.
Il vuoto digitale delle grandi piattaforme
Le piattaforme che gestiscono la vendita dei biglietti non hanno ancora previsto un sistema che permetta alle persone con disabilità di acquistare online i posti a loro riservati. Non c’è un pulsante, non c’è un percorso dedicato, non c’è una procedura chiara. C’è solo un vuoto che costringe chi ha una mobilità ridotta a uscire dal flusso digitale e a rientrare in un mondo fatto di eccezioni e attese. Un mondo in cui il diritto diventa concessione e la normalità diventa privilegio.
Il biglietto per l’accompagnatore: il diritto che si inceppa
La situazione biglietti si complica quando entra in gioco l’accompagnatore. Il problema è che non sempre si trovano i biglietti, e soprattutto che nei teatri i posti non sono garantiti uno accanto all’altro. Capita spesso che la persona con disabilità venga collocata in un settore dedicato e l’accompagnatore altrove, magari a file di distanza. Per chi ha poca autonomia, questo significa una cosa molto semplice: non poter accedere allo spettacolo desiderato. Non per mancanza di volontà, ma per mancanza di un posto vicino. È come se il sistema dicesse, senza dirlo, che la presenza di una persona con disabilità è un’eccezione da gestire, non una normalità da garantire.
L’assenza dei controlli da parte delle istituzioni
A rendere tutto più grave c’è il silenzio delle istituzioni. Nessun ente pubblico che vigili, nessuno che imponga standard minimi, nessuno che dica chiaramente che questo sistema non è accettabile. Ogni piattaforma di vendita biglietti procede per conto proprio, inventando regole diverse, cambiandole da evento a evento, lasciando le persone con disabilità in un labirinto che non dovrebbe esistere.
Esclusione culturale: quando non puoi partecipare
Questa non è solo una scomodità. È una forma di esclusione culturale e sociale. Perché se non puoi comprare un biglietto, non puoi partecipare. E se non puoi partecipare, vieni lentamente spinto fuori dalla vita pubblica. L’accesso non è solo entrare in un luogo: è poter scegliere, informarsi, prenotare, acquistare. Se il primo passo è già una barriera, tutto il resto diventa un percorso in salita.
Pane e rose: noi vogliamo tutto
È qui che il concetto di pane e rose torna a parlare con forza. L’espressione nasce nel 1911, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, negli Stati Uniti: chiedevano il pane, cioè i diritti essenziali per vivere, e le rose, cioè tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Oggi questo vale anche per le persone con disabilità: il pane è il lavoro sostenibile, l’autonomia, i diritti di cittadinanza; le rose sono l’accesso e la fruizione dei luoghi di cultura, praticare o andare a vedere lo sport, suonare o ascoltare musica, la libertà di divertirsi come più si desidera. E solo quando una persona con disabilità otterrà sia il pane che le rose, verrà riconosciuta davvero come parte della comunità in cui vive. Noi persone con disabilità, citando uno slogan del movimento del 1968, VOGLIAMO TUTTO! Non ci accontentiamo di nulla.
Cittadinanza, non privilegi
Noi persone con disabilità non chiediamo privilegi. Vogliamo pieni diritti di cittadinanza. Vogliamo una quotidianità uguale a quella di chiunque altro. Vogliamo la libertà di poter scegliere di partecipare ad un concerto o assistere ad una partita o a fare una passeggiata ovunque ci piaccia andare senza dover attraversare un percorso che nessun altro deve affrontare. Vogliamo poter vivere la città, gli eventi, il tempo libero con la stessa libertà degli altri.
Ci siamo stufati di chiedere, noi i nostri diritti li esigiamo.
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