C’è un principio che più di altri rivela quanto uno Stato creda davvero nella propria Costituzione: la capacità di adattare le proprie strutture, le proprie procedure e perfino la propria cultura alle esigenze delle persone. L’accomodamento ragionevole, oggi finalmente riconosciuto dal Decreto Legislativo 62/2024, è esattamente questo: la prova concreta che l’uguaglianza non è un proclama, ma un impegno quotidiano. La riforma del 2024 ha inserito nella Legge 104 l’articolo 5-bis, trasformando un concetto internazionale in un diritto esigibile. È un passaggio che segna un cambio di stagione: la disabilità non è più letta come una condizione individuale, ma come il risultato dell’interazione tra persona e ambiente. E se l’ambiente crea ostacoli, è l’ambiente che deve cambiare. Non la persona.
Una storia che viene da lontano
L’accomodamento ragionevole non nasce in Italia. Le sue radici affondano negli Stati Uniti e in Canada degli anni Settanta, quando venne introdotto per tutelare le esigenze religiose dei lavoratori. Da lì si è evoluto, fino a diventare uno dei pilastri dell’Americans with Disabilities Act del 1990, la legge che ha rivoluzionato il rapporto tra cittadinanza e disabilità. L’Europa lo recepisce nel 2000, ma lo confina al lavoro. La vera svolta arriva nel 2006 con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che afferma un principio semplice e radicale: negare un accomodamento ragionevole significa discriminare. L’Italia ratifica la Convenzione nel 2009, ma solo nel 2024 integra pienamente questo obbligo nella propria legislazione.
Il lavoro come primo terreno di applicazione
È proprio nel lavoro che l’accomodamento ragionevole ha trovato, storicamente, il suo primo banco di prova. Prima ancora che nelle scuole, nelle università o nei servizi pubblici, è stato il mondo del lavoro a dover fare i conti con l’idea che l’uguaglianza non si garantisce trattando tutti allo stesso modo, ma mettendo ciascuno nelle condizioni di contribuire secondo le proprie capacità.
L’accomodamento ragionevole nei luoghi di lavoro significa adattare l’organizzazione, gli strumenti, gli orari, le mansioni, gli ambienti. Significa riconoscere che la produttività non nasce dall’omologazione, ma dalla valorizzazione delle differenze. Significa comprendere che un lavoratore con disabilità non è un costo da contenere, ma una risorsa da mettere nelle condizioni di esprimersi.
Ed è qui che emerge una responsabilità politica precisa: lo Stato deve porsi il problema di come facilitare le aziende, soprattutto quando si parla di assumere persone con disabilità gravi. Un’impresa che vuole aprire le porte a un lavoratore con bisogni complessi non può essere lasciata sola. Ha bisogno di strumenti, di consulenza, di supporto tecnico, di incentivi economici e organizzativi che rendano l’accomodamento ragionevole una scelta sostenibile e non un salto nel vuoto.
Se questo sostegno non c’è, il rischio è evidente: le aziende si spaventano, rinunciano, evitano. E l’inclusione lavorativa resta un obiettivo dichiarato ma non realizzato. Un Paese che vuole davvero aumentare l’occupazione delle persone con disabilità deve costruire un sistema che accompagni le imprese, che le renda protagoniste e non spettatrici, che trasformi l’accomodamento ragionevole in un’opportunità condivisa.
Dalla norma alla vita: il ruolo del Progetto di Vita
L’accomodamento ragionevole è la chiave del Progetto di Vita, la nuova architettura dei diritti che dal 2027 dovrà guidare l’intero sistema di interventi. È lo strumento che permette di trasformare l’uguaglianza formale in uguaglianza sostanziale, di adattare l’ambiente alle esigenze della persona, di garantire che la partecipazione non sia un privilegio ma una condizione ordinaria.
Ma una norma, da sola, non basta. Serve un sistema capace di applicarla. E qui iniziano le ombre.
Una riforma che procede a strappi
La Relazione 2025 dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità lo dice con chiarezza: l’attuazione della riforma procede in modo disomogeneo. Il nuovo sistema di accertamento, i decreti attuativi, le procedure operative, la messa a terra del Progetto di Vita: tutto avanza, ma a velocità diverse.
Alcune amministrazioni hanno compreso la portata del cambiamento. Altre restano ancorate a logiche del passato. Il risultato è un Paese che si muove a macchia di leopardo, dove i diritti dipendono dal codice di avviamento postale.
Questa incertezza pesa sulle famiglie, che vivono una fase di limbo in cui non è chiaro cosa sia già in vigore, cosa debba ancora partire, chi debba fare cosa e con quali tempi. Una riforma così ampia non può permettersi zone d’ombra. Quando i diritti restano sospesi, non sono le istituzioni a pagarne il prezzo: sono le persone.
L’università come banco di prova
Tra le criticità più gravi segnalate dal Garante c’è l’accesso all’università per gli studenti con disabilità grave. Oggi manca una disciplina nazionale che garantisca accomodamenti ragionevoli nella scelta della sede universitaria, soprattutto nei corsi a numero programmato.
Ogni ateneo decide per conto proprio. Ogni famiglia è costretta a negoziare ciò che dovrebbe essere un diritto. Il risultato è che uno studente può essere costretto a rinunciare all’università più vicina al luogo di cura, o addirittura all’università stessa.
Il Garante è intervenuto in diversi casi, individuando accomodamenti specifici. Ma lo afferma con nettezza: non può essere questa la soluzione. Un diritto non può dipendere dalla buona volontà. Un diritto non può essere una lotteria amministrativa.
Se l’università diventa un percorso a ostacoli, non è lo studente a essere fragile: è lo Stato a non essere abbastanza forte.
La responsabilità della politica
Se vogliamo che l’accomodamento ragionevole sia davvero il pilastro della nuova stagione dei diritti, serve una scelta politica chiara. Serve una disciplina nazionale per l’accesso all’università. Serve una formazione capillare delle amministrazioni. Serve una cultura istituzionale che non viva l’accomodamento come un favore, ma come un dovere.
E serve, soprattutto, che lo Stato accompagni le aziende nel rendere possibile ciò che la legge richiede. Perché senza un sostegno strutturale, l’accomodamento ragionevole rischia di restare un principio nobile ma inapplicato, e l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità gravi continuerà a essere un miraggio.
Conclusione: la misura della democrazia
L’Italia ha oggi una cornice normativa avanzata. Ma la credibilità di una Repubblica non si misura dalle leggi che approva: si misura dalla capacità di renderle vive. L’accomodamento ragionevole è la strada che ci permette di costruire un Paese in cui nessuno debba chiedere il permesso per essere incluso.
Un Paese che non si limita a proclamare diritti, ma li garantisce. Un Paese che non lascia indietro nessuno, perché ha scelto di guardare ogni persona negli occhi e riconoscerla come cittadino, non come problema.
È questa la sfida politica dei prossimi anni. Ed è una sfida che non possiamo permetterci di perdere.
Legge 67/2006: la tutela contro le discriminazioni delle persone con disabilità

